Prova di velocità tra due professionista al velodromo.

Fondamentali del velocista – saper andare piano.

Marzo 7, 2019 0

Oggi L’Acido LAttico e Stefano vi parlano dei fondamentali del velocista.

Prima di addentraci nel vivo di questo articolo ti consiglio di leggere i due articoli precedenti che trattano i fondamentali della pista:

 

Oggi iniziamo ad avvicinarci a un argomento che mi sta particolarmente a cuore, la strategia, elemento base del torneo di Velocità.

La Velocità è considerata la specialità regina della pista in quanto è la competizione che più di tutte esalta le caratteristiche di questo impianto sportivo. È una gara diversa, con elementi di tattica e strategia che meritano approfondimenti dedicati come il saper andare piano che esiste solo qui.

 

Ma che cos’è esattamente la Velocità? Quali elementi la caratterizzano?

 

Espressione di forza.

 Come prima cosa dovete pensare che la Velocità sia una pura e semplice espressione di forza pura, elementale, cristallina.

Vi propongo un video in cui quanto ho appena detto emerge in modo molto chiaro.

Personalmente ritengo che nel ciclismo degli anni 80 ci fossero molti più elementi di tattica e di strategia di quanti ce ne siano oggi. (Tranne ovviamente quando russi e tedeschi dell’Est si divertivano ad asfaltarci tutti amabilmente.) Peraltro forse la mia data di nascita influenza, almeno in parte la mia obiettività, sono disposto a discuterne quando volete.

Ora torniamo allo sprint che abbiamo appena visto.

Come ho detto i due in gara esprimono la vera anima del velocista, anima che esce con forza nell’urlo che Pervis lascia esplodere alla fine.

Il francese non è contento perché ha vinto: probabilmente, in quel momento, non gli frega nemmeno niente di aver vinto.

Lui sta urlando al mondo di essere il più forte.

Eccola qui la vera anima della specialità regina della pista.

La Velocità è una pura, semplice e inesorabile espressione di forza.

 

Cosa c’entra questo con il saper andare piano?

A me piace affermare che, per un velocista, saper andare piano è importante tanto quanto saper andare forte. Perché saperlo fare bene, gli consente di gestire al meglio e, se possibile, di mettere in difficoltà l’avversario, nelle fasi di studio.

In questo video le fasi di studio sono abbastanza evidenti con tutti gli elementi base che le contraddistinguono. Ci sono i momenti in cui si va molto piano, praticamente a quasi tutte le altezze. Momenti di busca frenata nel tentativo di far passare davanti l’avversario. Ho illustrato questa tecnica in articoli precedenti. C’è qualche tentativo di surplace, un po’ di funambolismo e un interessantissimo attacco in contropendenza che apre ad un’altra riflessione importante. Un velocista deve saper scattare in qualsiasi punto della pista. È semplicemente indispensabile e tutt’altro che semplice.

Il mio obiettivo di oggi però non è quello di esaminare in dettaglio tutte queste situazioni, sembrano scontate ma servono anni di preparazione, fidatevi.

Oggi parliamo di come si fa ad andare piano. In questo primo video avete capito a cosa serve ma soprattutto avete avuto un assaggio della Velocità.

Di cosa sia realmente questa specialità, una prova di forza e di strategia.

 

La strategia, il secondo elemento vincente.

Ora vi propongo un altro video e qui il ricordo dei vecchi tempi torna a farsi sentire.

È la terza prova, quindi la bella, della finale dei campionati del mondo del 1982.

A quei campionati avrei dovuto partecipare anch’io, invece mi fratturai la clavicola qualche settimana prima nel corso dei campionati piemontesi e dovetti rimanere a casa.

Lutz Heßlich e Sergei Kopylov sono i più grandi sprinter degli anni ’80 e, a mio modesto parere, tra i più grandi della storia in assoluto.

Li ho conosciuti personalmente e ho avuto l’onore di corrergli contro e posso affermare, oggi come allora, che atleticamente erano fenomeni.

Guardiamo il video.

Come avrete notato, in questo sprint la fase di studio è portata all’estremo, ben oltre a quella che abbiamo visto in precedenza.

Kopylov non attuava spesso questa tattica perché, oltre ad essere uno scattista fenomenale aveva anche ottime doti di resistenza. A Zurigo, l’anno successivo, avrebbe vinto il titolo mondiale del chilometro da fermo con un tempo impressionante per l’epoca, 1’ 04”.

In questa finale però il russo fece un vero e proprio capolavoro.

Iniziò girando molto piano ma, nonostante il manto in legno, non rimase mai sulla fascia di riposo. Non credo che questi due atleti abbiano mai preso in considerazione il rischio di cadere in una volata. Per loro perdere probabilmente era infinitamente peggio.

E non provò mai a far passare davanti il tedesco.

Sergei Kopylov voleva stare in prima posizione e aveva due obiettivi precisi.

Portare l’avversario a bassa velocità il più a lungo possibile e tenerlo agganciato in modo da impedirgli di usare il punto di appoggio.

Il capolavoro fu proprio questo, perché raggiunse entrambi i suoi obiettivi. Credo che fu un po’ aiutato in questo dall’orgoglio del tedesco che forse confidò un attimo di troppo nella sua leggendaria rimonta. Fu solo un attimo, forse sarebbe bastato scattare un metro prima, ma con il senno di poi non si vincono le medaglie d’oro.

Per avere un’idea precisa della portata della strategia del russo, vi chiedo di riguardare il video focalizzandovi sul cronometro. Quando il tempo inizia a scorrere, e quindi gli atleti hanno superato la linea degli ultimi duecento metri, ancora non hanno lanciato lo sprint.

Questo tempo non è paragonabile con i tempi di oggi in cui i primi quaranta atleti al mondo sono sotto i dieci secondi netti. Ma fu effettuato con un rapporto standard per l’epoca, il famosissimo 48×14 e partendo da fermi a… centocinquanta metri?

Io lo ritengo impressionante.

Chiudo con un’ultima informazione storica.

Heßlich è stato il primo uomo a scendere sotto i 10 secondi negli ultimi duecento metri, un tempo ottenuto nel 1984 sulla pista di Mosca.

E Kopylov, come avete potuto vedere, non era certo da meno.

Per chi fosse interessato, il record è visibile a questo link.

 

Come si può andare piano con queste pendenze?

Bene, ora che abbiamo capito che saper andare piano serve, come si fa?

Se, come sempre accade quando si guardano i grandi campioni, sembra tutto facile, la realtà è molto complessa.

Saper andare piano su pendenze molto elevate come quelle che abbiamo appena visto è una tecnica che si apprende con anni di preparazione. Come prima cosa si deve disporre di mezzi tecnici adeguati. Le biciclette da Velocità in genere hanno il movimento centrale alla massima altezza consentita dai regolamenti e montano pedivelle più corte. Quando abbiamo parlato delle caratteristiche delle biciclette vi ho fornito il link ai regolamenti della Federazione dove si trovano tutte le informazioni in merito.

Poi si deve cancellare la paura di cadere. Non sembra, ma la pendenza è in genere molto elevata e lo è anche l’altezza: stiamo parlando mediamente di 4 o 5 metri. Vero che si cade da fermi, ma l’altezza complica le cose.

Infine si deve imparare la tecnica di pedalata che deve essere lenta, profonda e pesante, per aumentare al massimo il peso sulle ruote.

La principale causa di caduta quando si va piano è data dal toccare il manto con il pedale destro. Questo causa l’immediato sollevarsi della ruota posteriore che perde aderenza e vi fa scivolare in basso. Ma la perdita di aderenza può verificarsi anche per altre cause. Non avete montato gomme adeguate, il manto può essere particolarmente scivoloso oppure la pista è in cemento e vi sono delle gobbe.

Queste situazioni non sono documentate, non le conoscerete mai in anticipo e possono cambiare di volta in volta. Per cui vanno necessariamente verificate sul campo con adeguate fasi di ricognizione.

Una buona regola è ricordare comunque sempre che la pedalata “pesante” incolla le ruote alla pista.

Un’altra tecnica possibile è quella di inclinare verso sinistra la bicicletta quando si scende con il pedale destro. Si usa quando la pendenza è veramente troppo accentuata anche se avete il movimento alto e le pedivelle corte. L’accortezza in questi casi è combinare l’ondeggiamento con la pedalata in modo da non alleggerire il peso sui battistrada.

Tenete il più possibile il peso al centro del mezzo e rimanete seduti.

Le mani devono essere ben salde sul manubrio per caricare il giusto peso anche sulla ruota anteriore. Inoltre si deve fare molta attenzione ai cambi di direzione. Uno spostamento brusco può far perdere aderenza anche alla ruota anteriore, in quanto non abbiamo la velocità che ci consente di fare qualsiasi cosa.

Infine il controllo della bici deve sempre essere totale perché non state girando piano per far vedere a tutti quanto siete bravi o coraggiosi. Non è quello il vostro scopo. State disputando uno sprint e prima o poi dovrete attaccare o rispondere a uno scatto del vostro avversario. Quando questo avverrà, tutta la vostra forza esploderà sui pedali e dovrà trovare la giusta aderenza per lo scarico della potenza a terra.

Se la posizione non sarà corretta, il peso sbilanciato, la pendenza diversa da quella prevista (teoria del Punto Morto), lo scatto potrebbe farvi perdere aderenza.

In conclusione, saper andare piano per un velocista è fondamentale e deve essere oggetto di allenamento fisico e mentale come qualsiasi altra situazione di gara.

 

Bene, ora che abbiamo imparato ad andare molto piano, prima di imparare ad andare molto forte….

Dobbiamo imparare a fermarci.

Nel prossimo articolo parleremo di un’ultima caratteristica peculiare dei velocisti, una vera e propria arte che gli attuali regolamenti stanno forse limitando un po’ troppo.

Il mitico “surplace”.

 

Alla prossima settimana.

Stefano.


Lascia un commento:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *