Stefano Baudino alle Olimpiadi di LA nel 1984.

Le biciclette da pista.

Gennaio 24, 2019 0

L’Acido Lattico e la rubrica a World Called Track a cura di Stefano, ci presenta oggi le biciclette da pista.

 

Con questo articolo entriamo nel vivo del ciclismo su pista. Abbiamo capito come sono fatte le piste e gli impianti che le ospitano, i velodromi. Sappiamo dove si trovano e quali sono in attività. Abbiamo conosciuto il Vigorelli di Milano e sappiamo che, come molti altri, è praticabile per attività amatoriali o di allenamento.

Possiamo quindi indossare pantaloncini e maglietta, scarpe, guanti e infilare il caschetto.

E la bici?

Possiamo mettere in macchina la nostra amica di tutti i giorni?

Come ama dire il mio commercialista… Dipende.

Per questo consiglio sempre di prendere contatto con il responsabile del centro per le opportune informazioni. Infatti non tutte le piste sono praticabili con la bici da strada e, anche quelle che lo sono, possono esserlo solo in determinati momenti. Per ovviare a questi inconvenienti, di norma i velodromi dispongono di biciclette da pista che si possono noleggiare. Quindi prendete il telefono, fate le vostre verifiche e mettetevi in viaggio, non c’è tempo da perdere!

Differenze principali tra le biciclette da pista e da strada.

La pista è un ecosistema diverso dal ciclismo classico e, come tale, ha le sue regole. Come abbiamo già detto negli articoli precedenti, il manto non è in piano, nemmeno sui rettilinei. L’inclinazione verso l’interno consente infatti di percorrere qualsiasi punto sempre alla massima velocità.

Queste caratteristiche del percorso però, e le conseguenti tipologie di gara, hanno reso necessarie alcune modifiche strutturali alle biciclette.

Così sono nate le biciclette da pista, prive di freni, cambio e ruota libera. Sono quindi bici a scatto fisso o, come si diceva una volta, con il pignone fisso.

A mio modesto parere, la bici da pista racchiude la vera essenza della bicicletta e, contemporaneamente, mette a nudo la sua anima.

In questi mezzi non ci sono fronzoli. Telaio, ruote, manubrio e trasmissione. Tutto quello che serve e solo quello che serve per raggiungere la massima velocità nel minor tempo e spazio possibile.

Perché sono fatte così?

I freni.

Iniziamo dai freni. La pendenza della curva è stata progettata per consentire agli atleti di mantenere la bicicletta verticale rispetto al piano di appoggio anche alla massima velocità. E alla minima?

Quello che possiamo dire è che se la curva consente la massima velocità, ne richiede anche una minima che garantisca la giusta aderenza. Come sapete, qualsiasi tipo di frenata e con qualsiasi mezzo (auto, moto, sci…), causa una perdita di aderenza.

Ora analizziamo cosa accade se freniamo mentre ci troviamo su di un piano inclinato.

Possono succedere essenzialmente due cose:

  • Perdiamo immediatamente aderenza con una qualsiasi delle due ruote e quindi scivoliamo verso il basso;
  • Perdendo velocità siamo obbligati a raddrizzare il mezzo per rimanere in equilibrio. In questo caso è possibile che il pedale destro (esterno) vada a toccare il manto. Se questo avviene, si solleva contemporaneamente la ruota posteriore e si cade.

Quindi il principale motivo per cui queste bici non hanno i freni è la sicurezza. Questo tema lo riprenderemo quando parleremo delle due regole auree della pista, quelle che sovvertono le credenze di tutti i ciclisti.

Il cambio.

Anche per quanto riguarda l’assenza del cambio alla base c’è un tema di sicurezza unito a quello della performance.

In pista le competizioni sono tutte, ma proprio tutte, estreme.

Provate a guardare le gare in tv e ve ne renderete conto. Tranne il Torneo di Velocità (di cui parleremo diffusamente), non esiste una gara dove ci siano dei punti in cui si possa andare piano. Quando una gara parte, i corridori raggiungono il più in fretta possibile la massima velocità e la mantengono nel tempo.

Per questo motivo la trasmissione è in presa diretta: pedale – corona anteriore – catena (alla giusta tendenza) – corona posteriore – mozzo – ruota. In questo modo tutta la potenza immessa sul pedale arriva diretta a terra. Non c’è nulla che possa generare dispersioni. E nemmeno nulla che possa far cadere la catena, situazione che potrebbe rivelarsi estremamente pericolosa ad alte velocità.

A questo punto diventa banale il motivo per cui le bici sono tutte a scatto fisso.

Quale modo abbiamo infatti di gestire una bici priva di freni se non lavorare sulla trasmissione? Il vecchio e buon pignone fisso consente questa gestione, cosa che la ruota libera non permetterebbe.

Piccola digressione per i più anagraficamente dotati: ricordate i bei tempi in cui la preparazione su strada iniziava con il pignone fisso? Un tempo l’agilità era considerata una qualità imprescindibile e la si preparava con un rapporto molto corto a scatto fisso. Se a qualcuno va di commentare saremmo curiosi di leggere qualche ricordo. Ci interessa sapere quante discese avete fatto a rotta di collo gareggiando con i vostri compagni di squadra. Vinceva chi riusciva ad andare più lontano e più veloce prima di toccare i freni. Voi come ve la cavavate?

Il controdado.

Tornando alle bici da pista, ricordiamo che, collegato allo scatto fisso, c’è un piccolo aggeggio semisconosciuto con un ruolo fondamentale. Il suo nome è controdado ed è un anello di metallo con il filetto inverso che si avvita sul mozzo a contatto con il rapporto. Il filetto del rapporto è normale: più spingiamo più lo avvitiamo. Ma quando contropedaliamo (termine che si usa per indicare quando imprimiamo la forza al contrario sui pedali per rallentare), il rapporto si svita. Il controdado impedisce che questo accada.

Credetemi, non provate mai a dimenticarvi di metterlo. È solo un attimo ma la sensazione che proverete perdendo totalmente il controllo della bici non la dimenticherete più.

Potete essere agili quanto vi pare e potete andare piano a piacere, non c’è nulla da fare se non fermarsi. Nel momento in cui vi accorgerete che il rapporto si sta svitando è già troppo tardi, è già accaduto. Non ci credete? Allora provate ma, se volete un consiglio, fatelo andando veramente piano e sul rettilineo. Ultima considerazione: se in allenamento la situazione può essere una seccatura, in gara è un problema serio, anche di sicurezza.

Bene, queste sono le differenze principali tra le bici da pista e quelle da strada.

Ma ce ne possono essere anche altre?

Ad esempio le biciclette da pista dei velocisti hanno di norma il movimento centrale più alto da terra e le pedivelle più corte. Questi due accorgimenti consentono velocità molto basse anche a pendenze molto elevate. Non consiglio la prova ai neofiti: è un allenamento specifico che va affrontato quando si ha una completa padronanza del mezzo e delle situazioni.

Se vi interessano ulteriori informazioni non avete che da consultare il regolamento della Federazione Ciclistica (trovate i riferimenti nei link utili al fondo dell’articolo).

Il manubrio a corna.

Un’ultima informazione riguarda le vecchie bici con il manubrio “a corna” e la ruota anteriore più piccola. Se ne possono trovare nei negozi di articoli vintage.

LA 1984 assetto di gara e Maioli.

LA 1984 assetto di gara e Maioli.

Sono bici che si usavano ai miei tempi, negli anni ’80 e ’90, nella foto sono sulla linea di partenza alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984. Sono bellissime, divertenti e selvagge come quegli anni, ma oggi non più utilizzabili nelle competizioni. Il regolamento vieta che le ruote abbiano dimensioni diverse.

 

 

 

 

Anche per oggi è tutto, arrivederci alla prossima puntata.

– Stefano.

 

Link utili.


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