Lavorare di più.

Nello sport i numeri contano, ma non sempre!

Giugno 15, 2019 0

Lo sport e i numeri sono da sempre un’accoppiata vincente e che gasa molto, sia allenatori che gli atleti. Però, è vero che i numeri contano, ma non sempre.

Pensieri dopo il primo anno da “Allenatore”.

L’inizio.

A settembre ho iniziato un percorso di allenamento con un ragazzo che conoscevo già da un po’ di anni. Mi ha fatto da subito molto piacere perché non era uno dei soliti amici con cui ti vedi o ti senti tutti giorni. Ci sono dei posti dove ci incontriamo spesso, del tutto normale quando vivi in un paese di provincia che conta 18 mila anime, ma tutti e due con i propri amici.

Diciamo che più che amici eravamo conoscenti, che non è una parola brutta eh! Per questo mi ha fatto molto piacere! Ha riconosciuto in me e in quello che faccio, qualcosa che secondo lui poteva essergli di aiuto. Mi piace pensare che gli sia venuta voglia di chiedere a me anche grazie a questo blog e per la voglia e l’intensità che ci metto quando mi alleno.

Così ci siamo incontrati davanti a una birra e molto semplicemente abbiamo parlato Sport. Poi siamo passati ai suoi obiettivi,  sia estetici che a livello di performance.

Abbiamo trovato una quadra e stiamo lavorando insieme dai primi di settembre con grande intensità!

A metà anno abbiamo già raggiunto e stracciato 2 dei 3 obiettivi che ci eravamo imposti. Il terzo non ancora solo perché è un obiettivo con un tempo ben codificato.

I personal trainer (parola che odio) o gli allenatori sono sempre contenti quando un loro atleta arriva a determinati risultati sportivi perché, giustamente, pensano che sia anche merito loro. Dico “giustamente” perché lo penso anche io, ma ricordiamoci sempre che se dall’altra parte non c’è un atleta motivato, il programma più figo del mondo non avrà risultati. E’ l’atleta che deve essere motivato. Non puoi motivare qualcuno a fare qualcosa che non vuole; lo puoi incitare nei momenti difficili, ma non motivare.

Mentre il piano di allenamento più basilare con un atleta che ha fame porterà a dei buoni risultati.

Sport, numeri e…

L’ho visto perdere peso mese per mese, cambiare il suo aspetto fisico, tagliare la finish line della prima corsa a cui ha partecipato, ma anche essere felice, gasato.

Ma una delle cose che mi ha fatto riflettere e sorridere è quando mi ha detto che tutto quello che stiamo facendo in palestra e fuori lo ha reso più sicuro di sé, spigliato. E’ forte psicologicamente parlando. Questo penso sia uno degli effetti collaterali dello sport. Forse il più importante.

Lo sapevo. Ho sperimentato su di me lo stesso effetto, ma sentirlo dire da tua atleta ha qualcosa di speciale.

E qui che allora mi sono posto delle domande: perché molte volte nelle palestre ci limitiamo a guardare le doti atletiche di un ragazzo e non come si comporta nelle varie situazioni? Perché al giorno d’oggi se un ragazzo non salta 50 centimetri e corre come una lepre non ha possibilità di andare avanti nelle categorie?

Non solo numeri.

Con questo non sto dicendo che tutti i giocatori dovrebbero diventare professionisti anche senza doti fisiche, però in molte società di provincia, e non, soprattutto nelle categorie giovanili i Coach devono un po’ adattarsi ai ragazzi che hanno a disposizione e vice versa i ragazzi. Quindi bisognerebbe quanto meno provare a valorizzare le qualità personali di ogni giocatore. Per fare in modo che lo sport diventi anche un mezzo con il quale ci si conosce. Così da poter sfruttare i propri punti di forza.

Poi si analizzano i propri punti di debolezza e ci si lavora a testa bassa. Ma troppe volte ci siamo fermati a giudicare i ragazzi per i numeri senza sforzarci di andare un po’ oltre. Perché nessuno in quelle società allena dei campioni e se mai gli capitasse di trovarne uno non si deve preoccupare perché vengono fuori da soli. Si riconoscono. Loro hanno i numeri, pensieri che in pochi possono capire, caratteri strani e difficili. Però, tutti sappiamo quanto siano rari.

Il mio lavoro con i ragazzi è quello di farli crescere. Non solo per quanto riguarda la circonferenza dei tricipiti o la forma tartaruga. Devo insegnarli uno stile di vita, un modo di approcciarsi alle varie situazioni, capire chi sono e cosa vogliono. Anche i mini campioncini potranno diventare Campioni solo se sanno chi sono e dove intendono arrivare.

Naturalmente non c’è presunzione in questo, non penso di essere uno psicologo o altro. Ma credo che un allenatore debba investire del tempo per conoscere i propri giocatori. Parlarci. Di tutto e di più. Conoscere i loro hobby, le loro idee su vari argomenti, cosa gli piace mangiare ecc…

Questo può fare la differenza per la squadra; per l’allenatore; e per il singolo l’atleta.

 

Questo è solamente un ragionamento scaturito quasi alla fine di un anno intero di lavoro con dei bimbi dai 7-11 anni, ragazzi dai 14 ai 18 anni e qualche “vecchietto” di 28.

 

#cosechelalaureanontidaràmai

 

Federico.

 

 

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Photo by Jordan Whitfield on Unsplash.


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