Rachele Barbieri mentre corre in pista con la maglia della nazionale italiana di ciclismo.

Regole auree del ciclismo su pista.

Febbraio 6, 2019 0

Oggi su L’Acido Lattico Stefano, giunto al quinto episodio della rubrica A World Called Track, ci parla delle regole auree che bisogna rispettare in un velodromo.

Se ti sei perso lo scorso appuntamento, leggi: Pista: la segnaletica e la specialità del Mezzofondo.

 

Ho già detto come il ciclismo su pista sia un mondo completamente diverso dal ciclismo su strada che tutti conosciamo (Il ciclismo su pista; un ciclismo diverso). Questa diversità è causata dal percorso che i corridori devono compiere: niente salite, niente discese, niente panorami mozzafiato. Nessuna delle affascinanti componenti del ciclismo eroico, nemmeno il cattivo tempo perché se la pista è bagnata non è utilizzabile.

In fondo, ma anche in pratica, la pista altro non è che una ellisse monotona che si ripete sempre uguale quasi all’infinito.

E allora come può divertire questo tipo di sport in cui gli atleti non sono poi così diversi dai criceti sulla ruota?

 

Il ciclismo su pista è estremo.

Perché è estremo.

Tutte le competizioni sono al limite per velocità e per impegno fisico degli atleti, senza contare il rischio, che in alcune discipline è elevatissimo. Non c’è spazio per indecisioni, tatticismi, strategie. Anche nella gara che più di tutte assomiglia a una normale corsa su strada, l’Individuale a Punti, il ritmo è impressionante. In questa corsa la strategia è fondamentale, ma gli atleti la devono applicare ad un ritmo che rimane costantemente sopra i 50 km/h.

Tutto questo rende la pista affascinante e impone il rispetto di quelle che io definisco le regole auree. Questi due precetti sono incisi nella roccia, non si discutono, sono così e basta.

 

Regola numero uno.

Regola numero 1: mai smettere di pedalare.

Con la regola numero 1 inizia la mia personale perdita di credibilità. Di cosa sto parlando? Se ho detto fino ad ora che in pista si usano solo biciclette a scatto fisso questa regola è di una banalità assoluta. Mai smettere di pedalare. Perché sto scrivendo ovvietà di questo livello?

Perché, lasciatemelo ripetere e, vi prego, fatelo diventare la vostra chiave di lettura quando guardate la pista in televisione, siamo in uno sport estremo. Non lasciatevi ingannare dalla semplicità dei movimenti degli atleti o dal loro sorriso.

In pista, in qualsiasi gara, non c’è il tempo di pensare. Quando viaggiate a oltre 60 km/h, nel tempo che impiegate a pensare “non devo smettere di pedalare”, avete già capottato. Tutti i comportamenti devono diventare reazioni istintive. Qual è il momento in cui per tutti i ciclisti è normale smettere di pedalare? Alla fine di una salita, quando rientriamo in gruppo dopo una rincorsa, appena tagliato il traguardo alla fine di uno sprint. Quindi alla fine di uno sforzo importante, quando abbiamo concluso, anche solo in parte, il compito.

Guardate che veramente si dà il giro, non scherzo per nulla. La spinta che il pedale vi scaricherà sulla gamba, data dalla vostra massa moltiplicata per la velocità, è spaventosa e non la potrete contrastare.

E non è una caduta né facile né gestibile. Se si può in qualche modo imparare a cadere, in quel caso non c’è alcun trucco del mestiere. Ci si fa molto male.

Conclusione: la regola numero 1 potrà sembrare banale, ma salva la vita. Non va capita, non va ragionata, è la cosa più scontata del mondo. Però va metabolizzata e una buona dose di sano terrore sulle conseguenze di dimenticarsi del problema può aiutare.

 

Regola numero due.

Regola numero 2: di fronte a qualsiasi imprevisto si deve sempre e solo accelerare.

Anche la numero 2 deve essere metabolizzata ma è leggermente più difficile, perché con questa entriamo nel vero universo parallelo della pista.

Tutti noi siamo abituati a frenare di fronte a qualsiasi imprevisto indipendentemente dal mezzo con cui ci stiamo muovendo. Pensateci bene, lo facciamo anche quando siamo a piedi: se accade qualcosa di anomalo, ci fermiamo e ci guardiamo intorno.

In pista dobbiamo fare esattamente il contrario: accelerare, sempre e comunque.

Perché? Per salire verso l’alto, ossia la balaustra.

La forza di gravità infatti trascina inevitabilmente verso il basso chi dovesse cadere davanti a noi. Quindi cercare di passare all’interno è quasi sempre una pessima idea, si rischia di prenderli (o di esserne presi) in pieno. L’unica cosa sicura da fare è andare verso l’alto e per farlo, visto che si sale, dobbiamo accelerare.

Anche questa, ora che l’avete letta e ci state pensando a mente fredda, è del tutto logica. È ovvio che devo fare così.

Però provate a immaginare di essere in gruppo, al limite della velocità che potete sostenere, con tutti che vi scattano intorno come schegge impazzite. Davanti a voi due si toccano e vedete i caschetti dei vostri avversari che iniziano a cadere come birilli. Qualcuno addirittura vola in aria prima di ricadere giù. Qualcuno inizia a urlare, non si capisce bene chi, se siete voi o gli spettatori.

L’istinto vi guida con una forza spaventosa verso la fascia azzurra. La voglia di contropedalare per frenare e fermarsi è immensa.

Invece dovete accelerare e salire più in alto?

Anche le cose più semplici e banali posso sembrare difficilissime, sono le circostanze a renderle tali. Le gare in pista sono una circostanza permanente.

 

Una cosa sola con la bici.

Per contro non esiste una palestra migliore della pista per imparare ad andare bene in bici. Solo lì l’atleta è obbligato a diventare una cosa sola con la propria bicicletta.

Se avete una bici a scatto fisso sapete bene che lei si muove solo von voi, a qualsiasi velocità. Anche questa sembra una cosa scontata ma non lo è. In pista gli atleti acquisiscono una tale confidenza con la bicicletta che in altri sport non è nemmeno immaginabile.

 

Conclusioni.

Queste quindi le due regole di base della pista. Sono banali ma fondamentali e spero vi possano servire per leggere meglio i comportamenti degli atleti la prossima volta che li vedrete girare in televisione. E vi chiedo di osservarli per capire il senso dei miei messaggi. I professionisti che ammiriamo, conoscono queste regole da sempre, le hanno metabolizzate e le rispettano. Eppure a volte anche loro cadono ancora nel tranello della comfort zone: vado verso il basso, ce la faccio a passare questa volta.

Ma la pista non è solo pericolo, non più di quanto lo siano il mare, la montagna o banalmente andare per strada con il traffico. Ogni ambiente ha le sue regole. A me piace dire che non fai il bagno con gli scarponi e non vai su di un ghiacciaio con le infradito.

Il segreto è conoscere le regole ed averne un sano rispetto in modo che diventino parte del nostro modo di pedalare.

 

– Stefano.


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